Screen-writing
Il mio angolo di scrittura. Qui troverai tutto ciรฒ che ho scritto e sto scrivendo. Un viaggio tra racconti e opere ambiziose. Benvenuti nel mio mondo di parole.
Neoteroi e Graphie.
Due nomi per due riviste. La prima, Neoteroi, ormai scomparsa, Nata dal mio amore per la scrittura e nella quale ho pubblicato i miei primi racconti. Cose brevi. Ma siccome ho conservato quelle riviste probabilmente riuscirò a postare qualcosa di quello che ho scritto in gioventù. La seconda Graphie, tuttora esistente, edita dalla società Il Vicolo S.a.s di Cesena
Per il momento godetevi due miei racconti brevi. Il primo è un durissimo poemetto dal titolo "Sara ha sette anni". Non ha bisogno di spiegazioni perché è piuttosto "grafico" nella sua descrizione poetica. Il secondo, invece, intitolata "Il mio cane"
Buona lettura.
๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง
Two names for two magazines. The first, Neoteroi, now defunct, was born out of my love for writing and in which I published my first short stories. Short pieces. But since I kept those magazines, I will probably be able to post something I wrote in my youth. The second, Graphie, still in existence, is published by Il Vicolo S.a.s in Cesena.
For now, enjoy two of my short stories. The first is a very harsh poem entitled “Sara is seven years old”. It needs no explanation because it is quite “graphic” in its poetic description. The second, on the other hand, is entitled “My dog”.
Enjoy reading.
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Sara ha sette anni
di Matteo Amaducci
Sara ha sette anni e non ha paura dei mostri nascosti nel buio.
Sara ha sette anni e un viso piccolo sotto un caschetto scuro,
due occhi neri da caderci dentro ed uno sguardo stretto stretto,
esattamente al centro, all'orizzonte.
Sara ha un papà che quando può gioca con lei
ed una mamma che lavora troppo.
Non ha un'amica del cuore perché vive fuori città,
a tre chilometri da tutto.
Però ha una grande casa delle bambole,
che ogni tanto dà in affitto ad un'intera famiglia,
babbo, mamma e figlia.
E un modellino del pulmino giallo che la porta a scuola.
Sara ha sette anni e qualche volta vola.
Sara ha sette anni e sa che i mostri non esistono.
Che non c'è proprio niente sotto il letto.
Va sempre di corsa, tornando a casa,
perché potrebbe essere già andata via.
Al pomeriggio lei lavora, e se non corre troverà solo un biglietto.
Sara ha sette anni e prende la sua casa delle bambole,
con tutta la famiglia.
Esce in giardino, e c'è una casa che cammina oltre, verso il campo.
Quando ci arriva ha il fuoco sulle guance ed il respiro rosso.
Lentamente la depone lì, vicino al fosso.
Questa notte dormiranno fuori, a tre chilometri da tutto.
Poi torna su e si raggomitola sul letto.
Aspetta solo che torni a casa qualcuno.
Sara ha sette anni e non controlla mai dentro l'armadio,
perché lo sa che lì non c'è nessuno.
Sara ha sette anni e sette piccoli pupazzi,
a cui prepara sette vestitini.
Sette grembiuli azzurri, tagliati via da quello vecchio.
Sara veste i suoi sette pupazzi e li prepara per andare a scuola.
Per bene in fila sul pulmino giallo.
Gli dice - "State fermi su quei sedili e lasciatela in pace".
Ma già lo sa che non daranno retta.
Loro sono maschi e possono fare quei vogliono.
Sara ha sette anni e la scuola non sarebbe male,
se non ci si dovesse andare.
Sara ha sette anni e questa mattina non si sente bene.
La mamma le da un bacio e dice:
"Fai la brava anche se sarai da sola".
Sara ha sette anni e, quand'è da sola, qualche volta vola.
Porta dietro il suo pulmino giallo.
Così pericolosamente vicino al fosso.
Sara ha sette anni e nessuna esitazione.
Non stacca gli occhi guardandoli affondare.
E tornando saltella e fischietta una canzone.
Sara ha sette anni e questa sera un po' più d'attenzione.
C'è quei terribile incidente al telegiornale.
Di quel pulmino giallo coi suoi sette bambini.
E la coscienza di quel che sarebbe potuto capitare.
Il suo papà viene e le rimbocca le coperte.
E tutt'a un tratto le strizza l'occhiolino.
Lui quando può, vuole giocare.
E non importa che sia tardi tardi o che lei sia da sola.
Sara ha sette anni e non ha paura dei buio.
Corre precisa verso la casa nel campo, a tre chilometri da tutto.
In mano ha solo un accendino,
lasciato dal papà sul suo comodino.
Non è molto, ma potrà bastare.
Sara ha sette anni, e questa notte vuol volare.
Sara ha sette anni e non ha paura dei mostri nascosti nel buio.
Perché lo sa che si nascondono ben bene dentro alle persone.
Ed ogni tanto saltano fuori con il loro grembiulino azzurro,
o con il volto di papà, quand'è da sola.
Ma Sara ha sette anni, e qualche volta vola.
๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง๐ฌ๐ง
Sara is seven years old
by Matteo Amaducci
Sara is seven years old and she is not afraid of monsters hiding in the dark.
Sara is seven years old and has a small face under dark bobbed hair,
two black eyes you could fall into and a narrow gaze,
right in the centre, on the horizon.
Sara has a dad who plays with her when he can
and a mum who works too much.
She doesn't have a best friend because she lives outside the city,
three kilometres from everything.
But she has a big doll's house,
which she sometimes rents out to a whole family,
dad, mum and daughter.
And a model of the yellow bus that takes her to school.
Sara is seven years old and sometimes she flies.
Sara is seven years old and she knows that monsters don't exist.
That there's nothing under the bed.
She's always in a hurry when she comes home,
because she might have already left.
She works in the afternoon, and if she doesn't hurry, she'll only find a note.
Sara is seven years old and takes her doll's house,
with the whole family.
She goes out into the garden, and there is a house walking over towards the field.
When she gets there, her cheeks are flushed and her breath is red.
Slowly, she lays it down there, near the ditch.
Tonight they will sleep outside, three kilometres away from everything.
Then she goes back upstairs and curls up on her bed.
She just waits for someone to come home.
Sara is seven years old and never checks inside the wardrobe,
because she knows there is no one there.
Sara is seven years old and has seven little dolls,
for whom she makes seven little outfits.
Seven blue aprons, cut from an old one.
Sara dresses her seven dolls and gets them ready for school.
They sit nicely in a row on the yellow bus.
She tells them, “Sit still on those seats and leave her alone”.
But she already knows they won't listen.
They are boys and can do whatever they want.
Sara is seven years old and school wouldn't be so bad,
if she didn't have to go.
Sara is seven years old and this morning she doesn't feel well.
Her mum gives her a kiss and says:
“Be good, even if you're on your own”.
Sara is seven years old and, when she's alone, she sometimes flies.
She takes her yellow bus with her.
So dangerously close to the ditch.
Sara is seven years old and has no hesitation.
She doesn't take her eyes off them as they sink.
And on her way back, she skips and whistles a song.
Sara is seven years old and a little more attentive tonight.
There's that terrible accident on the news.
About that yellow minibus with its seven children.
And the awareness of what could have happened.
Her dad comes and tucks her in.
And suddenly he winks at her.
Whenever he can, he wants to play.
And it doesn't matter that it's late or that she's alone.
Sara is seven years old and isn't afraid of the dark.
She runs straight to the house in the field, three kilometres away from everything.
All she has in her hand is a lighter,
left by her dad on her bedside table.
It's not much, but it'll do.
Sara is seven years old, and tonight she wants to fly.
Sara is seven years old and isn't afraid of monsters hiding in the dark.
Because she knows they hide well inside people.
And every now and then they jump out with their little blue aprons,
or with her dad's face, when she's alone.
But Sara is seven years old, and sometimes she flies.
โ๐ปโ๐ปโ๐ปโ๐ปโ๐ปโ๐ปโ๐ป
Il mio cane
di Matteo Amaducci
Sto smettendo di amare il mio cane.
Ho realizzato in questo preciso istante che il mio affetto nei suoi confronti sta lentamente scemando. Si è dissolto via col tempo, da tempo.
E non credo dipenda dal fatto che non sia precisamente il cane più bello del mondo, che il suo corpo sia il prodotto di innominabili processi di accoppiamento tra tutte le stirpi canine.
Oppure che le asimmetrie del suo pelo abbiano abbattuto insuperabili paradossi geometrici.
La componente estetica ha senza dubbio la sua importanza, ma lui ha sempre saputo compensare con la simpatia.
Almeno fino a qualche tempo fa.
Avrei dovuto chiamarlo Compenso.
Invece in un sovrumano impeto creativo l'ho chiamato Snoopy.
Tutti i cani della mia vita si sono chiamati Snoopy.
I canarini Titti.
I gatti Sandokan.
I cani Snoopy.
Nella vita c'è sempre bisogno di certezze.
In ogni caso mi sono reso conto che sto smettendo di amare il mio cane.
Non è una cosa che si possa decidere di fare, ovviamente.
E' una di quelle cose che succedono.
Tu puoi rendertene conto e basta.
Se hai voglia di farlo, ovviamente.
Altrimenti puoi continuare a fingere di amarlo lo stesso.
Un po' è anche colpa sua.
All'inizio ce la metteva tutta per farsi amare.
Dico, all'inizio, quando l'abbiamo trovato.
Mi correggo, quando si è fatto trovare.
Qualcuno non ci crederà, e onestamente ci credo poco anch'io, però è così che me l'hanno raccontata.
Se ne stava lì.
Fermo.
Immobile.
Morto.
Come morto.
Abbattuto da un caldo soffocante.
Quel caldo torbido e appiccicoso della bassa d'estate.
Perfettamente in mezzo alla strada.
Una di quelle strade della bassa che portano al mare dove non passa mai anima viva.
O al massimo, se passa, è tua cugina.
Che se decide di fermarsi nonostante il caldo, e il sole, e la voglia di cremesabbiaombrellone, lo fa solo perché il cane morto, perché quello è un cane quasi cucciolo morto, poverino, qualcuno l'avrà messo sotto, se ne sta perfettamente in mezzo alla strada.
Non un po' di lato.
Non sul ciglio.
Perfettamente in mezzo alla strada.
La cugina non è una che tira dritto, ops, ma che cos'era? Mah, sarà stato un bastone...
No, la cugina è una che si ferma.
Scende.
Si avvicina al cane quasi cucciolo morto.
Il quale, porca miseria, si alza.
Così.
Di colpo.
Non morto.
Almeno non più.
E lascia la cugina, basita, in mezzo alla strada.
Mentre lui sale in macchina.
Giuro.
Me l'hanno sempre raccontata così.
Liberi di non crederci.
Poi si dice che la cugina non se la sentisse di tirarlo fuori dalla macchina... un po' perché, sai, potrebbe anche mordere... un po' perché magari, se passa qualcuno, ti vede che lo abbandoni... e poi finisci tu nei guai anche se sei ferma in mezzo ad una strada torbida e appiccicosa della bassa che porta al mare dove non passa mai anima viva. Il problema, però, è che la cugina abita in appartamento e dunque non lo può tenere lei, me lo tieni tu, per favore?
Anch'io abitavo in appartamento, a quel tempo.
I primi tempi il mio cane sapeva farsi amare.
No sporco, no divano, no letto, no bau.
Un quasi cucciolo perfetto.
Sapeva persino andare in ciclomotore, che detta così sembra una balla.
Però se lo mettevo sul predellino del Ciao potevo portarlo dovunque, e lui se ne stava buono buono a godersi il vento, ebbro della velocità.
Poi col tempo ha disimparato tutto, rendendo superfluo persino il concetto di ciotola del magiare dove, per la miseria, il mangiare sta dentro!
Non si è più salvato un letto o un divano.
Solo negli ultimi tempi sono ridiventati abitabili.
Ma soltanto perché adesso è talmente vecchio che non riesce più a saltarci sopra.
In compenso è diventato noioso.
Proprio come ogni vecchio.
Si lamenta, sbuffa, abbaia.
Mangia solo quello che gli pare.
Non vuole mai stare da solo.
Mai.
E se trova una porta chiusa si mette davanti ad abbaiare finché non apri.
Ultimamente i sensi hanno preso a fargli cilecca e ha cominciato ad abbaiare anche davanti alle porte delle stanze vuote.
Qualche giorno fa s'è beccato un ictus.
Lo abbiamo trovato morto in fondo alle scale.
Come morto.
Una sua specialità.
Lo abbiamo portato dal veterinario.
Sembrava non ci fosse più nulla da fare.
Invece si è ripreso.
E' tornato come prima.
O quasi.
Solo ancora più noioso.
Però bisogna capire bene una cosa.
In fondo non sono io che sto smettendo di amarlo.
E lui che ha deciso di smettere di farsi amare.
In attesa di lasciarsi andare, questa volta veramente.
Forse.
Mi domando se succede sempre così...
Anche le persone non muoiono mai semplicemente. Prima smettono lentamente di farsi amare.
Ed il dolore di chi rimane non è altro che la consapevolezza di aver smesso da tempo di amare abbastanza.
Ho appena finito di fare la doccia e Snoopy
è rimasto tutto il tempo ad abbaiare davanti alla porta.
Della camera da letto.

L'impero delle luci
Il mio primo racconto breve, ispirato alla visione dell'omonimo quadro di Magritte a Venezia, al museo di arte moderna, con la mia ex moglie. Un'esperienza che ha acceso la mia immaginazione e che ora condivido con voi. Purtroppo questa mia prima opera letteraria (edita nel 1989 da un piccolo editore di Rimini) probabilmente è andata persa nei meandri della mia enorme casa. O forse portata via dall'alluvione che nel 2023 ha colpito Cesena, la mia città.
Fatto sta che lo sto ancora cercando, ma ancora non l'ho trovato ๐โ๏ธ. Però mi ricordo esattamente di cosa parlava e potrei anche riscriverlo volendo, magari anche meglio.
In tutti i casi partivo dall'idea che il pittore René Magritte non fosse realmente morto come aveva lasciato credere. E come probabilmente ora è accaduto, passati tanti anni... Infatti era nato il 21 novembre del 1898 a Lessines, in Belgio (dove il protagonista del mio racconto si recava per cercarlo) ed è morto il 15 agosto del 1967 a Rue des Mimosas, a Schaerbeek, sempre in Belgio. Io sono nato il 14 agosto del 1968, esattamente un anno è un giorno dopo la sua morte... Creepy, non è vero? ๐ฌ
Maestro della metafisica, supponevo che si fosse nascosto da qualche parte nel suo piccolo paesino belga, per fuggire, forse intimidito, sicuramente intimorito, quasi vergognandosene, della popolarità che le sue opere stavano mano a mano acquisendo. Ma che di certo non lo avevano arricchito, come avrebbero dovuto... Non vi voglio spoilerare il finale perché chiaramente potrei anche decidere di riscriverlo, se non dovessi ritrovarlo. Ma chiaramente era un finale che lasciava ampio spazio a qualsiasi deduzione... Come un quadro di Magritte, appunto...

Haiken (I can): un'opera monumentale
La serie di volumi che sto scrivendo, un'opera in venti volumi (dieci più dieci), pensata sia per adulti che per ragazzi, nello stile di Harry Potter. Un'ambizione smisurata per superare JK Rowling e creare qualcosa di indimenticabile.
Per riuscire a realizzare un'opera così monumentale ovviamente bisogna partire da una sorta di enciclopedia di quello che ci deve stare dentro.
Perché altrimenti rischio di andare fuori tema, o di farmi prendere dalla frenesia, che sono entrambe due cose che per chi vuole scrivere dei libri non vanno bene.
Per questo ho scritto un enciclopedia dove ci sono tutti i personaggi raccontati nel dettaglio, tutte le cose che devono accadere nei dieci volumi e anche il modo di scriverle che deve essere diverso (più essenziale, infantile e semplice quello dei 10 libri per bambini, più complesso, sessuale e scritto bene quello dei 10 libri per adulti) ed oltretutto ho già deciso che molte cose che saranno nei primi 10 libri per i bambini non ci saranno nei secondi di 10 libri per adulti e viceversa. In questo modo costringerò chi sarà appassionato di questi romanzi a comprarseli tutti. ๐
È nel delirio di onnipotenza che mi contraddistingue mi aspetto che vengano tratti 20 film da questi 20 libri e che abbiano un successo pazzesco, facendomi vincere valanghe di premi, soprattutto premi Oscar.
Comunque il mio delirio di onnipotenza (e spero che il buon Dio mi perdoni tutta questa ansia di avvicinarmi a lui e che mi dia il tempo per poter riuscire a realizzarlo) attualmente è racchiuso in una piccola busta azzurra trasparente, che raccoglie fogli A4, in un cassetto della mia camera.
E poi la cosa più importante che mi ha insegnato il primo editore che ha pubblicato il mio romanzobarraraccontolungo è stata una frase in francese: "Tout se tient", che significa che tutto è collegato, interconnesso e coerente; viene usata per sottolineare che gli elementi di una situazione, racconto o sistema sono legati logicamente tra loro, formando un tutto organico, come se "tutto si reggesse insieme". Si usa per dire che non ci sono contraddizioni e che ogni pezzo si inserisce perfettamente nel contesto.
Una frase in francese, esattamente la lingua che parlava René Magritte, esattamente come me che sono per un ottavo francese visto che mia nonna materna abitava a Jœuf (pronunciato "Joeuf") che è un piccolo comune in Francia, noto soprattutto per essere il luogo di nascita del leggendario calciatore Michel Platini, che ha poi avuto una carriera eccezionale a Saint-Étienne (Saint-Étienne, in italiano) prima di passare alla Vecchia Signora, la Juventus, diventando una leggenda del calcio italiano, europeo e mondiale.
Quell'ottavo di me che proprio non sopporto perché io, amichevolmente, "odio-amo" tutti i francesi. Sportivamente parlando, si intende, ma anche nella vita vera.
Non sopporto il loro modo di parlare, non sopporto la loro puzza sotto il naso, non sopporto la loro sporcizia (Parigi è in assoluto la città più sporca che abbia mai visitato. L'unica, per dire, dove ho visto un cane che leccava la carne dentro al supermercato! Quella dove le immondizie di capodanno possono arrivare ad altezze inimmaginabili, il giorno dopo..)
Eppure ci sono stato 8 volte nella mia vita, a vario titolo e per diversi motivi.
Mi ci sono persino fidanzato, davanti a Notre Dame. Con la mia futura "ex" moglie Giovanna Rossi. Il giorno che un gentile signore giapponese, quando ha visto che io gli stavo dando l'anello di fidanzamento, si è offerto per farci una foto... Chissà dov'è finita quella foto....
L'ho percorsa a piedi in lungo e in largo la notte del Capodanno del 2000, perché assieme ad alcuni amici scout (eravamo una quindicina e dormivano sul pavimento con i sacchi a pelo in un appartamento gentilmente offerto dall'amico di uno di noi) abbiamo sbagliato la corsa della metropolitana (che incredibilmente chiudeva alle tre il giorno di Capodanno... D'altronde sono francesi, che cosa ci si può aspettare di meglio da loro?...) e così nella fretta di non perdere quell'ultima corsa, invece di prenderla nel senso corretto che ci avrebbe riavvicinato alla casa che si trovava nella periferia di Parigi, siamo finiti dall'altro capo della città.
E così siamo arrivati a "casa" , a piedi, che erano già le 8:00 della mattina dopo aver percorso tutta Parigi a piedi di notte il giorno di capodanno del 2000....
Ho rischiato di venire "ucciso" da un sassolino lanciato da un ragazzino con una fionda mentre stavo guardando una mappa della città in una zona poco raccomandabile come il quartiere di Belleville (un ossimoro, il nome, perché è veramente bruttissimo come quartiere parigino).
Ero sempre insieme a Giovanna Rossi ed eravamo sulle tracce di Malussene (personaggio bellissimo, di una serie di romanzi di Daniel Pennac, che come "lavoro" faceva il capro espiatorio della sua azienda, pigliandosi tutte le colpe delle cose tremende che succedevano dentro l'azienda... Se vi capita di leggere queste righe provate a riscoprire anche Daniel Pennac).
Siccome ci eravamo un po' persi (anche questa una felice tradizione dei miei viaggi a Parigi) ci siamo seduti su una panchina di un parco in "leggera" pendenza (cosa che poi in effetti mi ha "salvato"), gustandoci alcuni dolcetti arabi strapieni di zucchero che avevamo appena comprato in una patisserie poco lontano dal giardinetto.
Mentre stavo cercando di leggere la mappa per capire dove fossimo finiti, ad un tratto si è aperto un buco tondo nella cartina, ed ho sentito qualcosa sfiorarmi la tempia destra. Quando ho abbassato la mappa, ho visto questo ragazzino che scappava. Non avrà avuto più di 10-11 anni.
Il giardinetto In pendenza (era davvero molto in pendenza più del 45%...) [Anzi mi correggo 46% vero Giò? ๐๐คฃ Non c'era scritto nel racconto originale ma l'ho aggiunto adesso per un motivo che forse solo tu capirai...] mi ha salvato perché il tragitto del sassolino della fionda invece che sfiorarmi la tempia se fosse stato in un tratto pianeggiante sicuramente avrebbe fatto centro.
E io ora non sarei qui a scrivere queste righe...
Come dicevo amore/odio per i francesi, un po' più di amore per Parigi. La città più zonza (termine paradialettale romagnolo per non dire sempre "sporca"), ma anche la più romantica del mondo...
PS: amore e odio, come ho sempre detto. E pensare che ho ancora in mente un'immagine molto romantica, di sera con la luce del sole quasi all'orizzonte, che lasciava intravedere nelle terrazze con le vetrate o addirittura sui muri dei palazzi di Belleville alcune frasi tratte dai romanzi di Pennac.

La mia unicitร nella scrittura
Cosa mi rende unico? Innanzitutto, l'originalità: cerco sempre di scrivere qualcosa di mai visto, pensato o scritto prima. In secondo luogo, la mia individualità, perché sono unico, come tutti. In terzo luogo, la mia intelligenza, con un QI molto alto, 141, ma senza vantarmi. Scopri cosa ho scritto o sto scrivendo...
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